08.02
2010
Sotto i portici di Corso Padova, accanto alla birreria Celtic Stone, una piccola vetrina si affaccia sulla strada. E’ la pizzeria d’asporto di Elio, o da Elio che dir si voglia.

Qualità

Qui le cose si fanno per bene. Se chiediamo un kebab, per prima cosa vediamo una pallina di pasta di pizza infilarsi nel forno, per uscire pochi minuti dopo; quello che abbiamo è una pagnotta fumante, tenera ed assolutamente fragrante, pronta da riempire. Si può chiedere di più?
Gli ingredienti. Salsa rosa, yogurt, e piccante sono delicate, e non sanno “di barattolo”, le verdure bene assortite – oltre ai classici pomodori, cipolla, cappuccio e insalata possiamo, occasionalmente, trovarci olive, carciofi o qualche peperone, pescati dal parco-pizze. La carne, morbida e dall’aroma gradevole, quando è cotta bene – quasi sempre, ben si sposa con il resto dei componenti, consegnandoci un kebab ben strutturato, equilibrato, a tutto tondo.
Nota d’onore al falafel, fritto al momento da impasto fresco. Polpettine croccanti fuori e tenere dentro, da provare; una vera specialità.

Voto Qualità: 4/4

Quantità

Difetto. Il panino di Elio va a giornate, con un po’ di fortuna sarà gonfio a sufficienza da saziarci, con un po’ meno di fortuna sarà un po’ stitichello, lasciandoci lì, un po’ interdetti, nel mezzo di un’esperienza gustativa senz’altro importante, ma per l’appunto interrotta prima del tempo. Considerato il costo di 3.50 €, allineato agli standard, l’altalena delle dimensioni è tuttavia tendente al “meno”. Peccato.

Voto Quantità: 2/4

Interno

Il negozio è ordinato, accogliente, e i muri di mattoni creano un’atmosfera calda e casalinga. Il forno è in vista, e si può seguire l’atto della preparazione in tutte le sue fasi. Una TV spesso accesa ci potrà piacevolmente distrarre durante le consumazioni, anche perchè il più delle volte sintonizzata su canali italiani o per lo meno europei (nulla contro le TV mediorientali o nord-africane, inteso, semplicemente è difficile seguire). Curioso l’angolo-bacheca accanto alla porta, in cui si può trovare appeso di tutto, dalle cartoline e banconote di paesi lontani, alle poesie – segni di persone che sono passate di qui.
Il servizio è quasi sempre celere, e la cortesia su livelli più che buoni. Elio in persona è senz’altro un personaggio, un omone color caffè, forse un po’ ruvido, burbero, ma è uno che va al punto e non perde tempo in ciance. Sul resto del personale nulla da eccepire.
Punti deboli, la zona clienti è un po’ sacrificata, e il più delle volte si è costretti a stringersi.

Voto Interno: 3/4

Esterno

Il parcheggio è un po’ una grana, e prima delle 8 non se ne parla. Gli avventori della birreria adiacente poi, sui pochi posti blu nelle vicinanze, fanno la parte dei leoni. Risultato – o posteggio portoghese in rimozione, e consumazione con un occhio all’auto, oppure prendersi 10 minuti da dedicare ad un parcheggio dignitoso nei paraggi.
Cosa buona, il davanti del negozio è protetto da un portico spazioso, dove potremo gustare il buon kebab anche al rumore scrosciante della pioggia.

Voto Esterno: 2/4

Extra

Il menu alla parete è un codice di Hammurabi. Chilometrico, ci si può perdere. Gran parte occupato dalle pizze più fantasiose, ma non solo. Oltre al panino kebab, alle pizze intere o a tranci, e al già citato falafel, troviamo pizza kebab, e panini di ogni genere, toscani, vegetariani, e altro che non ricordo. E’ chiaro ce n’è per tutti i gusti.
Un grande frigo aperto sulla sinistra offre ogni tipo di bibita e birra, anche di marche poco note e un po’ “ricercate”. Purtroppo, il bere non è molto economico. Vabbè.
La fantasia qui non manca, e ogni tanto compaiono cose inaspettate. L’estate scorsa, ad esempio, nel frigo campeggiavano delle fette di anguria, ma onestamente ignoro quale sia stato il loro successo commerciale.

Voto Extra: 3/4

Note

Chi scrive è una persona che ha conosciuto ed apprezzato la Pizzeria da Elio per lungo tempo; ciò che incuriosiva erano i clienti, spesso stranieri, e qualche volta simpaticamente “ceffi”. Eppure, da Elio queste persone si incontravano, tutti avevano qualcosa da dire, e con un po’ di fortuna si poteva entrare in discorsi bizzarri, ma sicuramente edificanti. Come per esempio, l’importanza dei cammelli nel nord Africa, vero ed unico segno di ricchezza. Non le Ferrarri, i cammelli. Animali costosissimi e portatori di saggezza atavica. A che servono le Ferrari in mezzo al deserto? Oppure, tutto il mondo misterioso delle scommesse sportive, i trucchi, le fortune favorevoli e avverse, raccontate dai giocatori più esperti e navigati. O ancora, ex-architetto algerino giramondo, persona ben educata e gentile, un giorno racconta dei “tre diplomi” per essere un uomo. Il diploma della scuola, il diploma delle donne, e il diploma della strada, dice. Suggestivo cavolo. Queste e molte altre storie, di vita, di guerra, di luoghi remoti si potevano sentire e forse si possono sentire ancora, se si passa da quelle parti con lo spirito giusto.
Perchè forse? Bè, da qualche mese a questa parte Elio è sbarcato su Facebook con una campagna pubblicitaria e di promozione – il martedì e il giovedì kebab a tre euro per gli amici FB, grazie ad alcuni video un po’ tamarri, ma da vedere, anche per farsi un’idea del personaggio Elio – qui il link al canale di Youtube.
L’operazione è riuscita alla grande, direi, e in effetti la clientela si è ringiovanita, e il locale tendenzialmente riempito. Purtroppo, la sensazione è che quel clima “di frontiera” si sia forse un po’ perduto.

Tuttavia, queste sono solo considerazioni di contorno, che non pregiudicano per nulla quella che alla fine è un’ottima pizzeira-kebab, che si difende in tutte le categorie, e che in definitiva si merita dalla Sciabola Nera un giudizio più che buono. Promosso.

Voto complessivo: 7 ½

Voto Qualità: 4/4

27.01
2010

Visti per voi dal Piazzale, al cinema o nella comodità del divano di casa, digeriti e compressi in formato agile, rapido e indolore.

Giustizia: c’è chi se la fa da sè.
Contro le inefficienze del sistema giudiziario, le Fishy Pills!

Il giustiziere della notte
di Michael Winner, 1974

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Architetto famoso e belloccio perde tragicamente la consorte, uccisa in un’aggressione, tra le belle carte da parati del suo appartamento. Un viaggio di lavoro in Texas, Mecca delle armi da fuoco, ed ecco il dono di un facoltoso cow-boy: un raffinato revolver con manico di madreperla.
L’integrità morale dell’uomo liberal vacillerà, per poi crollare. Una sera, un insulso borsaiolo ha una cattiva idea. E lui lo manda al creatore con un biglietto di piombo. E poi un altro, e un altro ancora. Bang-bang. Il grilletto gli piace eccome.
Il fantomatico giustiziere finirà sui giornali, conquistando la folla forcaiola. Ma gli sbirri non staranno a guardare. Epilogo annunciato. Esopo direbbe: “Lo sceriffo lo fa solo lo sceriffo”.

Nel ritmo, musiche, ed una certa ingenuità, accusa tutti i suoi 35 anni. Ma quanto è figo sto giustiziere.
Classicone.

:vbtu:


Il giustiziere senza legge
di Kevin Connolly, 2007

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Lo sfigato del quartiere, quello con le orecchie a sventola, rimane davvero scosso il giorno che vede una vecchietta diventare Spuntì investita da un taxi; non troverà altro rimedio che raccogliere e conservare un frammento di cervello della malcapitata. Addio posto di lavoro.
Ma, sorpresa, al funerale si imbatterà in pezzo di carne ben più succulento: quella gran topolona della nipote della vecchiaccia. E che fortuna, se una sera ubriaco, per puro caso spacchi il muso al bastardo che l’ha violentata quella sera stessa. Già. Magari lei ti ricompenserà nella sua stanzetta.
Peccato che lo squilibrato protagonista, disoccupato, si metta in testa di fare il giustiziere, per l’appunto. Proteine, pesi, arti marziali – per far tremare le chiappe dei cattivi come mozzarelle. Un povero scippatore ci lascerà le penne. Che crudeltà.

Ma alla fine, lui riesce a farsela dare dalla bella? Non lo sapremo. Però, lo speriamo. Dopo tutta questa fatica…
Sconclusionato.

:vbtd:

18.01
2010

Sicuramente vive da qualche parte e magari ha fatto successo discografico in qualche paese dell’est che noi neanche ci immaginiamo, scrivendo appassionate canzoni d’amore che strappano i cuori di fanciulle bielorusse; certo, gli facciamo i migliori auguri per la vita futura e tante belle cose, ma, la prego, abbiamo bisogno del Fortis di una volta, l’ autore di A voi romani, se lo ricorda?
Il Piazzale Del Pesce ritiene che il panorama musicale italiano sia spacciato senza una buona iniezione di satira politica: le Luci della Centrale Elettrica, alias Vasco Brondi, è sì un grande artista emergente, ma se non si rinnova un po’ ci lancia un secondo “Canzoni da spiaggia deturpata” solo con un titolo diverso, e poi diciamolo, non è che si faccia capire un granchè; gli altri ormai o fanno schifo o fanno canzoni d’amore per diabetici, quasi tutti;
Allevi ? se non avesse così la puzza sotto il naso, se continuasse a non negare la sua natura di musicista pop quale egli è, sarebbe anche in grado di fare delle canzoni impegnate;
Morgan? perchè, è un musicista?
Battiato? vi prego, no…
Ferretti, De Andrè e Rino Gaetano ormai li abbiamo persi per sempre, allora non ci rimane che Alberto Fortis; però non lo troviamo più…
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Quello qui sopra è un album che oscura tutti i Battisti di questa penisola: più innovativo di qualsiasi lavoro di quel parolaio di Battiato, equiparabile musicalmente ai lavori meglio riusciti di Lucio Dalla, questo è l’esordio di Fortis nel 1979.
Io vi odio voi romani, io vi odio tutti quanti” : con questo simpatico motivetto parte la prima canzone “A voi romani”. Segue un elenco di curiosi attributi di cui l’autore sembri accusare il popolo della capitale; se digitate il titolo su youtube troverete nei commenti una moltitudine di romani incazzati che subito si sono sentiti presi in causa. Forse a qualche leghista non gli è sembrato vero ascoltando la canzone, che qualcun altro condividesse le sue idee da burino del nord arricchito per sbaglio.
Evidentemente non hanno capito che i “romani” a cui Fortis si riferisce sono quelli che occupano il parlamento: non era difficile intuirlo.
Segue una delle più vive e geniali canzoni italiane, cioè “Milano e Vicenzo”: unica, che il sottoscritto conosca, che contenga minacce di morte mantendo stemperata ed allegra la canzone; un pianoforte prima timido e poi ruggente è la seconda voce in ordine di importanza: come solo dei tasti bianchi e neri pressati a dovere sanno fare, il suo suono robusto sostiene le cadenze alterne della canzone.
Qui Fortis sembra che se la prenda con il suo ex-produttore di Roma, e allora lui le canzone va a farsele produrre a Milano; e Vincezo oltre al danno, si becca pure la beffa. Noi ve ne abbiamo presentato due, ma non sono mica le uniche due ad essere degne di nota.

Questo album sarà pure del ‘ 79, ma di canzoni fresche e accativanti come quelle contenute qui dentro non ce n’ è proprio traccia in giro.

03.01
2010

Quando si è abituati a mangiare le mozzarelle di bufala di Mondragone è difficile definire mozzarella quelle palline da tennis bianche che vengono rifilate qui in Veneto. Quando si è abituati ad utilizzare un olio del Gargano, il Carapelli ti fa una sega. Se i bigoli li torchi in casa con passione, Pinton sembrerà la paste riscaldata della mensa. Si potrebbe continuare ancora per molte righe, ma voglio arrivare subito al punto: se sei abituato a mangiare un kebab serio, fatto con amore ed ingredienti gustosi e saporiti, il panino del tanto famoso e rinomato di Sufyan potrà a malapena essere accostato ad un cheeseburger del McDonald, un agglomerato di salse malsanamente industriali all’olio di colza e della carne a malapena saporita, senza parlare della sbriciolosa pagnotta al latte. No, non ci siamo, non ci siamo affatto. Sufyan poteva essere buono una volta, quando il sapore del vero kebab ancora non lo si conosceva qui in citta. Dopo dieci ore, due lavate ai denti, e altrettante di colluttorio sento ancora in bocca l’unto e la pesantezza salsosa del panino di ieri notte.
Se costa 3 euro forse c’è qualche motivo, non trovate? Fate una scelta per il vostro palato e per la vostra salute, non rimanete fossilizzati nelle vostra idea che il “buon Suf” sia il migliore, no, non lo è, ci gioco le palle. Ascoltate i consigli del piazzale e non ve ne pentirete, provate un Al Quds e non tornerete più indietr

30.12
2009


Situata in Contrà Porta Padova, più o meno nei paraggi della Giocheria, la pizzeria Royal Kebab non si palesa certo alla vista, piccola com’è, ma sicuramente all’olfatto, complice (a parte il solito profumo di carne kebabbosa) l’aroma di pasta che si può avvertire già una ventina di metri prima (a seconda di come tira il vento).

Qualità

Non ci si mette molto a rendersi conto che il kebab della Pizzeria Royal ha una marcia in più. A parte la carne, ben cotta (e talvolta rosolata alla piastra dopo essere stata tagliata, per renderla più “croccante”), le verdure (usuali, ma di qualità) e le salse dal sapore intenso, ciò che si apprezza veramente di più è il pane, da non crederci, appena fatto. Eh sì perchè la Pizzeria Royal è, giustappunto, una pizzeria e la pasta se la fanno loro, anche per i panini: cosicchè il nostro kebab avrà la fragranza che solo il pane appena fatto può avere, oltre che un sapore davvero vicino alla tradizione mediorientale. Il prodotto finale, davvero gustoso, è da collocare personalmente ai primi posti della kebabberia vicentina.

Voto Qualità: 4/4

Quantità

Come se non bastasse, non si rimane certo insoddisfatti dalle dimensioni di questo kebab, che purtroppo però soffre una leggera maggiorazione del prezzo (3.60 euro). Le versioni mini e maxi, come spesso accade presso i kebabbari che propongono diversi gradi di riempimento per i propri prodotti, non si distinguono dal panino normale quanto la differenza di prezzo suggerirebbe, ma attenzione: la pizza kebab (a 7 euro) è una gordaggine che potrebbe addirittura scoraggiare gli avventori, viste le ragguardevoli dimensioni: chi l’ha provata, tra cui il sottoscritto, difficilmente riesce a finirla. Un pò come cercare di mangiare due panini kebab di seguito. Siete avvertiti.

Voto Quantità: 3/4

Interno

Il locale è fottutamente piccolo ma pulito, ordinato e con posti a sedere. Arredamento essenziale (tra cui un lungo specchio dove ammirare la vostra ingordigia mentre mangiate), e clima un pò troppo caldo. Ma i gestori parlano bene italiano, sono simpatici e alla mano e con sorriso e battuta (quasi) sempre pronti: ciononostante, non si perdono in chiacchiere e il servizio è rapido ed efficiente.

Voto Interno: 2/4

Esterno

Vero punto debole del Royal Kebab è l’esterno, che dà direttamente sulla strada con un marciapiede strettissimo e senza il minimo riparo da pioggia o sguardi indiscreti. Peccato, perchè la zona è piuttosto strategica, a metà strada com’è tra zone periferiche e centro storico. Il parcheggio in macchina è possibile, ma non sempre: e qualche volta dovrete lasciare la macchina con le 4 frecce attaccate mentre aspettate i vostri kebab, per poi consumarli altrove.

Voto Esterno: 1/4

Extra

Il negozio è molto ben fornito e la scelta è ampia: numerosi ingredienti per il proprio panino, possibilità di menu fissi, beveraggi di ogni tipo, piatti tradizionali e grande varietà di pizze. Ce n’è per tutti i gusti, e ogni voce del menu è illustrata chiaramente in un grande tabellone che campeggia sopra lo specchio di cui sopra. E si fanno consegne a domicilio (gratis per spese superiori ai 15 euro: niente male!).

Voto Extra: 4/4

Voto complessivo: 8

08.12
2009

Ma che fine aveva fatto In & Out? Diciamo la verità, lo davamo tutti per spacciato.
E invece eccolo qui! Per voi, tutto il meglio e il peggio del  trimestre appena trascorso.

OUT

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Protesi dentali nei paesi dell’est
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E’ vero, i dentisti italiani sono ladroni con regolare attività. Conti a tre, quattro e se siete fortunati cinque cifre in allegria. Ma qualche saggio consumatore (di caramelle, nonchè di salute orale), pensa bene di esercitare il suo potere di scelta, rivolgendosi fuori dallo Stivale per le cure dentali. Così ci si fa un bel viaggio, e si strappa un buon prezzo. E più è a Est e più conviene.
Ma l’Associazione Nazionale dei Quaranta Ladroni è dalla nostra parte, amici, e ci ricorda con premura: noi non paghiamo i conti-salasso perchè loro si comprino macchine sportive e vasche idromassaggio, no assolutamente, paghiamo tutti quei soldi perchè così ci compriamo la qualità, la qualità e la competenza del dentista italico.
Perciò lanciamo il nostro accorato anatema contro i dentisti stranieri a buon mercato, che poi non sono altro che dei folli torturatori sadici vivisezionisti, e per di più necrofili.
Un sentito vaffanculo a questi bastardi. Più out del fuori.

Parlare di treno in treno
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“Trenitalia, stazione di Padova. Il treno regionale 20555 arriverà al binario 1 con 1.734.565 minuti di ritardo. Ci scusiamo per il disagio.”
Certo. Per chi prende il treno, è come sentire l’Ave Maria piena di grazia il signore è con te. E in effetti il bravo cliente di Effe-Esse spesso invoca la santa Vergine, magari perché gli conceda la pazienza di sopportare, con mansuetudine e rassegnazione, gli infiniti taglieggiamenti dei demoni della ferrovia: perché ritardi, spostamenti, soppressioni, non-rimborsi e altre diavolerie sono il pane quotidiano, per il miserevole pellegrino su rotaia.

Però, per favore: non parliamo di treno in treno. Sappiamo che sono in ritardo, sì. E’ come parlare di lavoro al lavoro, del freddo quando fa freddo, del caldo quando fa caldo, della tettona del GF al giorno 4 della casa, dell’innocenza di Alberto Stasi, o dell’ultimo scioglimento degli Oasis.
Ma sì, dai. Che palle. Perché autocrocifiggersi con tanta banalità? E parliamo d’altro. No?

In & Out
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Esce in ritardo; l’ultima uscita era di… Agosto? Eddai. E poi, è prolisso. Ma chi è il martire che se lo legge tutto questo indigesto wall-of-text? Politicamente scorretto. Ma è serio o cosa? E per finire non mi fa nemmeno ridere. Ah-ah-ah-ah-ah. Contento? Ma sparisci.

In & Out? Ma quale in: è solo out!

IN

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Piero Marrazzo e Silvio Berlusconi
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Diciamo sempre che i nostri politici sono lontani dai problemi della gente, che vivono in un mondo dorato, e che non gliene frega niente dei giovani, delle minoranze, dei poveri cristi. Ci lamentiamo della gerontocrazia e del conservatorismo, piaghe della società di cui i potenti sono responsabili, dannati bastardi.

Niente di più falso, signori. Io vi dico che i nostri politici si preoccupano per noi, ci hanno a cuore, ci amano davvero.
E così, a tutti i transessuali, vittime di un clima di intolleranza e di una condizione non semplice, ricordate che anche la classe dirigente ha i suoi profeti, spesso costretti a pagare un grande prezzo per la loro attenzione verso di voi; e se avete bisogno di parlare con qualcuno, il buon Marrazzo vi ascolterà volentieri nella sua automobile.
E se siete una giovane centralinista con un futuro di precarietà, magari avvenente e ancor meglio minorenne, non temete: troverete certamente conforto tra le calde coperte del nostro Presidente del Consiglio.

Il giuoco del calcio
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Cristiano Ronaldo guadagna in un giorno quanto un operaio in tre anni. La somma degli stipendi netti della sola Serie A (840 milioni di euro) è maggiore dell’intero PIL nominale dello stato del Burundi (circa 790 milioni di euro) , che è uno stato di quasi 9 milioni di abitanti. Se aggiungiamo il campionato inglese (1260 milioni), spagnolo (900 mln), quello tedesco (725 mln) e quello francese (703 mln), arriviamo alla cifra folle di 4,43 miliardi di euro all’anno, che per quanto ne so potrebbero estinguere buona parte della fame nel mondo, e che invece finiscono dritti nelle tasche di questi rozzi energumeni.

E a noi che cazzo ce ne frega? Questo moralismo è roba da preti secchioni sfigati.
Il calcio è una cannonata, il re degli sport, il più spettacolare ed e emozionante e figo al mondo. E costi quel che costi, e vaffanculo, ma lo show deve procedere e noi vogliamo vedere il calcio. Anzi, credo proprio che abbiamo sbagliato tutti lavoro, e se fossimo tutti calciatori come Cristiano Ronaldo saremmo tutti ricchi, e pieni di gnocca, e non ci sarebbe più la fame nel mondo.
Noi veneriamo il magnifico Dio Pallone; e che continui a rotolare fino alla fine dei tempi.

Lo scudo fiscale
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Questi sono tempi bui, e noi poveri, onesti cittadini siamo costretti a vivere circondati dalle peggiori aberrazioni del genere umano: cospiratori comunisti, terroristi islamici, e parassiti extracomunitari.
Ma noi siamo cavalieri dal cuore puro, e non abbiamo paura. Perché siamo Occidentali, capitalisti e liberali. E il nostro buon Governo non si è dimenticato di noi; e per sconfiggere l’odiato nemico, ci consegna l’arma invincibile dello Scudo Fiscale.
Non dobbiamo temere. Noi, Templari del capitale, irriducibili difensori di tutto ciò che è buono e giusto, combatteremo la nostra battaglia contro le forze oscure, resistendo con ardore e tenacia, come i gloriosi Spartani alle Termopili; e protetti dal nostro Scudo, stermineremo questi mostri ad uno ad uno, e senza nessuna pietà.

Il denaro ci dà la forza, e la Libertà è il nostro solo credo. Lo Scudo Fiscale è il nostro baluardo.

26.11
2009

Visti per voi dal Piazzale, al cinema o nella comodità del divano di casa, digeriti e compressi in formato agile, rapido e indolore.

Per tutti gli influenzati, è l’ora della medicina: arrivano le Fishy Pills!

Misery non deve morire
di Rob Reiner (1990)

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Due adattamenti cinematografici di romanzi di Stephen King nello stesso anno. C’è It, uscito dal buco del culo del 1990. E poi c’è Misery non deve morire, che a nostro parere è uscito da un buco molto meno sporco del primo.
Paul Sheldon, famoso scrittore, si fracassa parecchie ossa in un incidente in macchina durante una bufera di neve in una sperduta località del Colorado. Viene soccorso dalla robusta ex-infermiera Annie, appassionata dei suoi libri, che se lo porta in casa e lo cura. Una vera fortuna, giusto? Sbagliato: Annie è una serial killer mitomane, psicopatica, torturatrice e infanticida. E ha deciso che Paul deve restare con lei. A ogni costo.
Tra un tentativo di fuga e l’altro saranno dolori per il poveraccio, e tensione alle stelle per lo spettatore. E tanto vi basti, perchè in questo film c’è mestiere. E quell’infermiera corpulenta e dal sorriso inquietante (Kathy Bates: cognome hitchcockiano e tanta, tanta bravura) non ve la leverete dalla testa tanto presto.
Just a cult.

:vbtu:


Secret Window
di David Koepp (2007)

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Stephen King nel cinema horror è come le zanzare d’estate: non ce ne libereremo mai. Le sue orride fantasie hanno ispirato a fasi alterne grandi pellicole e grandi ciofeche. E questo di certo non è dei primi.
Il bel Johnny Depp, negli arcinoti panni dello scrittore di successo in crisi creativa, se ne vive ritirato in una casetta in canadà, facendo muffa mentre aspetta l’ispirazione che rilancierà la sua modesta carriera. Ma un giorno compare un tizio sinistro e cattivo che farà davvero il cattivo. Il colpo di scena finale vi farà stramazzare al suolo. Per la banalità.

Guardare film mentre si è in profondi stati di sonnolenza certo non aiuta la memoria, ma se, passato non troppo tempo dalla visione, l’unica cosa che si ricorda sono gli occhialoni nerd di Depp, bè, un motivo ci sarà pure. Ah già, è anche biondo.

Magari non l’avete ancora visto. In questo caso, lasciate pur chiusa questa “Finestra segreta“, e tanti saluti.

:vbtd:

(grazie a Ema per la Fishy Pill di Secret Window)

22.11
2009

Dato che è una cosa che viene spesso chiesta, credo sia giunto il momento di scrivere questo breve articoletto per spiegare in che modo vengono assegnati i voti ai kebab.

Partendo dalle cinque categorie, votate con sciabole da zero a quattro (a parte qualche eccezione particolare), il punteggio assegnato a quantità e qualità vale di più rispetto alle restanti categorie.

In tal modo un buon panino inciderà maggiormente sulla valutazione finale.

La formula utilizzata è la seguente:

[(QL + QN) * 0.75] + [(I + E + X) * 0.375]

QL qualità, QN quantità (o più correttamente rapporto quantità/prezzo), I interno, E esterno, X extra

per un voto massimo di 10,5

Ovviamente ci riserviamo il diritto di dare la sciabola dorata se siamo impressionati particolarmente da una delle categorie e/o di fare qualche arrotondamento di voto.

Spero che questa spiegazione renda un po’ meno oscuro la scelta del voto finale,

un saluto dai vostri recensori di kebab preferiti!

21.11
2009

“La nostra musica è violenta, ma noi non lo siamo. Canzoni come “Guns On The Roof” e “Last Gang In Town” vogliono proprio essere contro la violenza. A volte ti devi mettere nei panni del tizio con la pistola. Non potrei mai farlo ma allo stesso tempo non puoi ignorare queste cose. Non siamo un gruppo del cazzo come i Boston o gli Aerosmith”
Joe Strummer

Il punk è una musica estrema e piromane, di cui andare fieri: se nella vostra playlist compaiono i nomi di capolavori come, tanto per fare qualche esempio, I wanna be sedated, Career opportunities, o Tommy gun, sappiate che la gente vi deve del rispetto.
C’è però una condizione proibitiva per tutti quelli che si definiscono alfieri di questa nobile tradizione; a meno che tu non sia stato attivo in Inghilterra tra il ‘76 ed il ‘79 (oppure tu non faccia Ramone di cognome) non ci sono cazzi che tengano: non puoi permetterti di definirti un musicista punk, mi dispiace; sei solo un fake conservatore ed un po’ sentimentale. Ma non divaghiamo.
I Clash furono tra i protagonisti di questo svecchiamento necessario della musica rock.
Ma solo se sei un uomo-scimmia senza-dio (oppure Morgan, che non si discosta troppo) metterai “Clash” e “punk” nella stessa frase, senza aggiungere altre doverose precisazioni. L’elenco dei generi in cui si cimentarono è lungo; di punk duro e puro c’è solo il primo album, ancora ancora il secondo.
Per spiegare cosa furono i Clash e quale fu la loro importanza è un lavoraccio a cui per fortuna qualcun altro prima di noi ha già pensato; ci limiteremo solo a darvi un piccolo suggerimento per i vostri nuovi ascolti.
Come ogni gruppo punk che si rispetti, i nostri hanno iniziato sapendo suonare davvero male; della voce poi non si può che rimanere perplessi, ad un primo ascolto: Strummer non canta, abbaia.
Le loro canzoni però hanno qualcosa di vivo e viscerale, le melodie sono sincere e trascinanti; a Dog-Strummer tutto sommato ci si abitua, e il suo particolare tono di voce ce lo fa stare subito simpatico; ma quello che davvero è il suo punto di forza è la capacità di mettere l’ascoltatore in uno stato di partecipazione emotiva con lui..
I testi e l’ intepretazione del frontman fanno sì che ci sia un filo diretto tra i Clash ed il pubblico: molte canzoni sono scritte in modo che l’ascoltatore stesso sia coinvolto in una conversazione di cui lui è il diretto interessato, e non sono un’ accozzaglia dei soliti ingredienti quali la ragazza che non mi dà la fregna, la mia persona, la squinza che stavolta me l’ha data, di nuovo me stesso, e le mie pippe mistiche sul senso della vita, e altri argomenti di questa rilevanza di cui in tutta la storia della musica leggera il pubblico non è rimasto a digiuno.
Ed in fondo perchè biasimarli: che diavolo dovrebbe fare un gruppo sul palco se non far divertire e, qualche volta, far pensare chi li ascolta, invece di sbattergli in faccia la propria superiorità musicale spesso discutibile, e quella finanziaria (sicuramente meno discutibile).
Sotto la guida di John Graham Mellor il taglio politico fu sempre vivo in tutta la loro carriera, a volte gridato e a volte suggerito elegantemente: anti-razzisti ed anti-fascisti senza però scadere nella retorica da due soldi col marchio di fabbrica Made in Stronzolandia dei gruppi sinistrorsi di oggi. Il punk all’inizio era sentito come qualcosa per inglesi bianchi; al contrario i Clash già con la cover del pezzo reaggae “Police And Thieves ” di Junior Murvin e Lee Perry seppero evitare questo tipo di elitarismo, proponendosi come gruppo musicale di riferimento anche per altre comunità. Questo direzione negli intenti si concretizza poi in un arricchimento del repertorio con pezzi che nascono da una rielaborazione dei generi di tradizione “nera”: ne nascono canzoni incredibili come White man in hammersmith palais, The guns of Brixton, Straight to hell e Rock the Casbah; ma anche qui, l’elenco è lungo.
White Riot fa incazzare di brutto.
Stay Free commuove.
London Calling fa venire la pelle d’oca…
Qualcuno ai nostri dà l’appellativo di The Only Band That Matters: un motivo ci sarà.
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20.11
2009

Alternativa talvolta preferibile all’”Istanbul” di viale Roma per noi pendolari ancorati alla stazione a ora di pranzo, vanta diverse qualità in più rispetto al suo (più o meno diretto) concorrente. Per chi avesse qualche difficoltà a localizzarlo, fa angolo proprio al parcheggio di viale Bologna, con una vetrina piuttosto grande visibile dall’entrata del parcheggio Verdi.

Qualità

Un kebab con tutto ciò che serve per farne un kebab. Tuttavia non si resta sempre soddisfatti: qualche volta la carne è poco cotta, qualche volta si trova poca salsa e ogni tanto il pasto rimane sullo stomaco con effetto “gusto lungo”. Ma gli ingredienti sono di buona qualità, e sia la piadina che il panino si fanno più che apprezzare dagli avventori affamati dopo 4 ore di lezione a Padova.

Voto Qualità: 2/4

Quantità

Nonostante il costo ormai ordinario di 3 euro e 50 (per il panino, 4 per la piadina), non si può non riportare la straordinaria abbondanza di questo kebab, specie in versione piadina: un pasto per veri affamati. In aggiunta, a richiesta il kebabbaro può infilare dentro al vostro panino anche qualche patatina fritta.

Voto Quantità: 3/4

Interno

Un bell’esempio di locale pulito, spazioso e ben tenuto: una trentina di metri quadri con ben 2 entrate e 2 pareti di vetrina (fa angolo) e un buon ricircolo d’aria ne fanno uno dei migliori kebabbari nel circondario, a livello di interni. Perchè allora il voto non arriva al massimo? Innanzitutto perchè, nonostante l’ampio spazio, i posti a sedere sono pochi e concentrati a ridosso di una parete lontana dal bancone, mentre lo spazio restante rimane inutilizzato. I proprietari sono estremamente cortesi ed efficienti (da riportare però la sporadica assenza temporanea di persone al bancone) ma, ahimè, quasi a digiuno di italiano: al punto che più di qualche volta bisogna ripetere loro gli ingredienti desiderati. E poi, un arredamento quantomeno naif se non pacchiano, come un pupazzone di batman (dal film batman begins) alto circa 1 metro, dei dinosauri giocattolo e dei pelouche giganti dai colori improbabili (come se ne vedono alle giostre) in bella vista sopra al (molto ben fornito, ma non particolarmente economico) distributore di bibite. Peccato.

Voto Interno: 3/4

Esterno

Se non fosse in una zona così merdosa dal punto di vista del parcheggio, il locale avrebbe un esterno se non invidiabile, sicuramente apprezzabile: una piccola zona verde alberata sul davanti fornisce ombra nelle ore più calde, e la relativa distanza dalla strada provvede a farne un posto tranquillo dove consumare il proprio pasto in santa pace. Il grosso difetto è proprio quello che, se non siete clienti paganti del parcheggio Bologna o del Verdi più avanti, difficilmente troverete parcheggio nelle vicinanze. Ma la tranquillità del posto, e la presenza di gradini su cui sedersi, strappano un 3/4 anche in questa categoria.

Voto Esterno: 3/4

Extra

Clamorosa assenza del panino falafel e menu davvero basilare rendono il posto carente di extra degni di nota. La presenza del distributore di bibite non è poi questa gran novità, e gli stessi proprietari non sembrano avere una gran voglia di distinguere il proprio locale da quelli del circondario.

Voto Extra: 1/4

Voto complessivo: 6 ½

10.11
2009

Visti per voi dal Piazzale, al cinema o nella comodità del divano di casa, digeriti e compressi in formato agile, rapido e indolore.

Ecco a voi le Fishy Pills! Oggi, orribili mostri venuti dallo spazio.

District 9
di Neill Blomkamp (2009)

Immagine

Gli alieni sono arrivati sulla terra e non riescono più a ripartire. Ma questo non è ET, loro sono dei grossi gamberoni bipedi che mangiano cibo per gatti e copertoni d’automobile, e hanno armi potentissime ma non le usano perchè sono pacifici e un pò rincoglioniti. Quindi gli umani li sbattono in una baraccopoli a Johannesburg e li trattano peggio dei neri ai tempi dell’apartheid, con la differenza che gli alieni se lo pigliano in culo sia dai bianchi che dai neri. Razzismo intergalattico, altro che Spielberg.
La prima parte sembra un docu-film smuovi-coscienze alla Michael Moore: la paura del diverso, il marciume nel governo, la meschinità degli uomini, il solito sciroppo per intellettuali da quattro soldi insomma. Ma a chi non interessa questa brodaglia da cineforum, non si preoccupi: nel giro di mezzora sarà come vedere La Mosca dentro Trasformers, solo con più sparatorie, più sangue e corpi che esplodono. Peccato che il film diventi anche un action movie d’ordinaria amministrazione, ma chi se ne frega: questa roba in fondo non ci dispiace. Thumbs up.

:vbtu:


IT
di Tommy Lee Wallace (1990)

Immagine

Il clown malefico che ha terrorizzato la nostra infanzia torna per risvegliare le nostre paure, ma dopo le 3 interminabili ore di questo tv movie insopportabilmente anni ‘90 saremo noi a dover essere risvegliati. Dalla noia.
Siamo a Derry, cittadina lovecraftiana del New England popolata da genitori bigotti e oppressivi e giovani teppistelli brillantinati. Dopo un flashback nel 1960 in cui un gruppo di ragazzini un pò Goonies affronta e sconfigge Pennywise altrimenti detto IT, malvagia creatura ammazzabambini travestita da pagliaccio in grado di materializzare le paure delle persone, ci trasferiamo nel 1990 dove il mostro ha ripreso le sue attività preferite: regalare palloncini e squartare bimbi. Toccherà ai nostri eroi ormai cresciuti, affermati e middle class superare i propri traumi infantili e fermarlo una volta per tutte.
C’è il sangue e c’è il bravo Tim Curry dietro al trucco dell’inquietante clown, che qualche piccolo spavento ce lo strappa. Ma il resto del parco attori delude e non convince, il doppiaggio deprime, gli stereotipi abbondano e il finale imbarazza. E la sensazione è quella di guardare una puntata extra large di Piccoli Brividi. No, grazie.

:vbtd:


La Cosa
di John Carpenter (1982)

Immagine

The Thing di John Carpenter ebbe la sfortuna di uscire al botteghino nel 1982, anno in cui Hollywood ha cagato fuori uno dei suoi più fortunati successi commerciali: E.fottutissimo.T. Ma il simpatico aborto in questione, tutto occhioni e buoni propositi e la sua fissa col telefono in bachelite, non ha nulla a che spartire con la minacciosa ed ignota forma di vita intergalattica del film di Carpenter. Naturalmente il pubblico preferì l’aborto.
Una spedizione norvegese porta alla luce una creatura surgelata nei ghiacci dell’Antartide da milioni di anni. La Cosa (creatura canchera e bastarda) si risveglia e infetta i poveracci, prendendone il controllo ed elaborando una perfetta copia dell’ospite nel tempo necessario: tutto ciò crea un’atmosfera di sospetto reciproco e di paranoia, che conduce rapidamente all’isteria di gruppo e ovviamente al massacro. Contributo decisivo al bilancio splatter del film (e alla soddisfazione visiva dello spettatore) è dato dalle orrende mutazioni indotte all’occorrenza sull’organismo replicato. Unico mezzo per sventare la minaccia: distruzione totale per mezzo del fuoco.
E la critica come giudicò La Cosa? Lo stroncò perchè era “commerciale”, da una parte, e dall’altra perchè era un film a basso budget. Fanculo, diciamo noi. Questo film è un piccolo cult che unisce una potente metafora sulla natura umana, e le sue reazioni di fronte alla minaccia, con un canovaccio fantascientifico maledettamente visionario. Up.

:vbtu:


(grazie a Tartino per la Fishy Pill di La Cosa)

03.11
2009

Abbiamo notato questo nuovo kebabbaro nel tratto di corso S. Felice che collega i giardini Salvi alla rotatoria di viale Milano.
Un posticino piccolo e tranquillo che non abbiamo potuto evitare di provare per voi.

Qualità

Dimenticatevi delle malsane salse industriali, dimenticatevi del fottuto pane al latte, dimenticatevi anche dei rotoli di carne trasudanti olio e infarti. Qui stiamo parlando di qualcosa di serio, stiamo parlando DEL kebab. Chiamare allo stesso modo un sufyan o best sarebbe come confrontare l’hamburger del McDonald con una fiorentina, non provateci nemmeno.
Qui le cose si fanno seriamente, almeno sei o sette salse diverse (sesamo, ceci, yogurt, avocado, curry, melanzane e piccante), fresche di giornata e fatte rigorosamente a mano, pane preparato al momento, carne ben cotta, saporita e ben speziata. A questo punto dovreste essere già partiti da casa per andare a mangiarne uno, ma se non siete ancora convinti continuate pure a leggere.
Il panino viene creato con maestria e amore, quasi dispiace mangiarselo da quanto è ben fatto, il sapore è equilibrato e ad ogni morso un’esplosione di gusto; le salse, sapientemente distribuite nel panino offrono diverse sfumature di sapori mentre si avanza nella consumazione.
Per non parlare del falafel. Potete buttare nel cesso le polpettine premasticate e risputate che vi rifilano quasi sempre da altre parti; anche in questo caso l’impasto è rigorosamente fatto a mano e la polpettizzazione e la frittura vengono fatte sul momento.
Il panino più buono della città, senza nessun dubbio. Quando l’avrete provato non penserete a nessun altro kebab, perchè questo è IL kebab.

Voto Qualità: 5/4

Quantità

Tre euro e mezzo per un panino del genere sono soldi ben spesi, il panino è abbondante, riempie da saziare, ma non è per nulla pesante, niente risvegli mattutini con la bocca impastata ruttando kebab per colazione. Certo, c’è chi per un prezzo inferiore offre la stessa quantità, ma ricordate che qui stiamo parlando di un panino con i controcoglioni.
Con cinquanta centesimi in più è disponibile la versione abbondante, ma che dico abbondante, ENORME. Viene utilizzata una pagnotta più grande, riempita fino ad esplodere, uno spettacolo per gli occhi e un festino per lo stomaco. Anche per chi ha uno stomaco dilatato sarà difficile avere ancora fame. Da provare!
Questo kebabbaro è un calcio nel culo a tutta la concorrenza nella zona ovest della città.

Voto Quantità: 3/4

Interno

Il locale è molto raccolto, non c’è troppo spazio e di certo non farete grandi maratone da Al Quds, ma cazzo se è pulito!
Le pareti sono tinteggiate di un verde accogliente, un bel bancone fornito con una cucina nuova di pallino si trovano subito sulla sinistra, sovrastati da una grande cappa aspira fumi. Il tutto rigorosamente tirato a lucido e perfettamente lindo. Assolutamente ineccepibile.
La clientela è formata per lo più da famiglie, dai lavoratori degli uffici vicini e da qualche studente. Niente facce truci, marcioni o bimbiminchia, tutta gente tranquilla.
Lo spazio per consumare il pasto è un po’ limitato, sono presenti un paio di seggiole e un pensile; se non è affollato non è un problema.

Voto Interno: 3/4

Esterno

Un’insegna giala e una bella vetrina trasparente, con tanto di rotolo kebabboso girante bene in vista, si notano per bene dalla strada.
La via è a senso unico ed è quindi un po’ più tranquilla rispetto al resto di corso S. Felice, ma non spicca certo per la quantità di parcheggio. Facilmente raggiungibile a piedi grazie alla ottima la vicinanza con il centro storico, non offre spazi comodi per la consumazione, a meno di fare una piccola camminata per raggiungere i vicini giardini pubblici.

Voto Esterno: 1/4

Extra

La varietà delle salse, la possibilità di avere panini e piadine di varie dimensioni, il falafel di ottima qualità e farcito con melanzane e patatine (da provare assolutamente!) e a breve anche pizza al taglio e pizza kebab, offrono tutto il meglio che si potrebbe avere da una kebabberia.
L’arte e la cura con la quale vengono adagiati gli ingredienti sul pane non la troverete da nessun’altra parte. Il buon kebabbaro ama il suo lavoro e ci mette passione, è sempre molto cordiale e disponibile e non è raro passare del tempo scambiando qualche chiacchiera tra un panino e l’altro.
La tessera fedeltà regala ogni dodicesimo panino, mentre fino alla fine del 2009 c’è l’offerta speciale, con 3.5€ ci si porta a casa il kebab più la bibita.
E’ inoltre disponibile il servizio di consegna a domicilio.
Questo è decisamente il kebab definitivo, che metterà a dura prova il nostro lavoro di recensione, una volta provato non tornerete più indietro. Un Al Quds è per sempre

Voto Extra: 4/4

Voto complessivo: 9

Note

Prezzi:
Panino kebab: mini 2.70€, normale 3.50€, abbondante 4€
Piadina kebab: normale 3.50€, grande 4€
Panino falafel: normale 3.50€, abbondante 4€
Piadina falafel 4€
Pizza kebab 7€

Offerta fino a fine 2009: panino e bibita 3.50€

corso Santi Felice e Fortunato, 71
telefono 329 0171518
Orario: 11/15 – 17/23

Menu e mappa: 1234

31.10
2009

Visti per voi dal Piazzale, al cinema o nella comodità del divano di casa, digeriti e compressi in formato agile, rapido e indolore.

Dal profondo della notte più nera dell’anno, le Fishy Pills!
Dolcetto o scherzetto?

Halloween
di John Carpenter (1978)

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L’unico e il solo, aggiungiamo. Lasciate perdere le recenti porcherie di quel metallaro prestato al cinema di Rob Zombie: trent’anni fa, questo film ha praticamente definito gli standard dello slasher movie.
Un ragazzino accoltella la sorella maggiore nella notte di Halloween. Dopo quindici anni di manicomio evade nella stessa notte e ritorna in città. Scopo: ammazzare anche la sorella minore Jamie Lee Curtis, popputa studentella-babysitter casta, timida e un pò imbranata. Sulla sua strada, teenagers idioti e arrapati che avranno quel che si meritano. All’inseguimento del pazzo lo psicologo Donald Pleasance e uno sceriffo.
Ritmi lenti, poca macelleria e molta atmosfera. La maschera di Mike Myers. E quel motivetto minimale ma incalzante per pianoforte che abbiamo sentito ormai chissà quante volte. Il maestro Carpenter ha sfornato un classico e fondato un genere: giù i cappelli e su i pollici, gente, e chiudetevi in casa.
La notte delle streghe sta arrivando.

:vbtu:


Halloween – The Beginning
di Rob Zombie (2007)

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Rob Zombie è un metallaro prestato al cinema, e si vede. E’ un regista rozzo, sporco, e totalmente esagerato. Un paio di filmetti li ha pure azzeccati, e così in un’eccesso di ego vuole rifare Carpenter, meglio di Carpenter. Quello che ne esce non è un horror, ma un orrore cinematografico.

Tra(u)ma. Michael Myers è un bambino ciccione e introverso, con una madre stronza e isterica, un padre alcolista e coglione, e una sorella troia (ma dai); persone inutili come queste chiedono solamente di essere eliminate dal mondo per il progresso dell’umanità. E così il piccolo botolo li sbudella ad uno ad uno, togliendoci di mezzo tre personaggi-attori davvero irritanti. Lo spettatore ringrazia.
Da qui in poi vediamo Carpenter del 78 ingrassato, insanguinato ed assolutamente ignorante. Roba da redneck.

Giochiamo all’impiccato? Un gran film di m _ _ _ _ .

:vbtd:

Ah… c’è anche il 2 al cinema? Cristo, si salvi chi può.


(grazie a Ema per la Fishy Pill di Halloween – The Beginning)

24.10
2009

Ramones

A che servono questi nuovi gruppi? Lo sanno tutti che il rock ha raggiunto la sua massima perfezione nel 1974…“: se anche voi la pensate così, allora è giusto farvi sapere che questo l’ha detto Homer Simpson.
Avrà raggiunto la perfezione, certo, ma è altrettanto sicuro che a quel tempo aveva abbondantemente rotto i coglioni.
Il progressive era diventato qualcosa di insopportabile: gli assoli, le improvvisazioni e le suite-dei-miei-coglioni da venti minuti facevano spruzzare nelle mutande una generazione di oramai trentenni, cresciuti con il mito di Woodstock; l’era dell’LSD era finita, e anche quella del peace-and-love da quattro soldi; gli hippy avevano capito che lavorare la terra in fondo non era per loro: se ne tornavano a casa dalle mamme, si tagliavano i capelli e si trovavano un borghese e sicuro lavoro.
Ed è qui che entrano in gioco i nostri.

Noi del Piazzale non vogliamo farla lunga. Non vogliamo svangarvi le palle con cose tipo “L’anti-formalismo dei Ramones, con le sue linee melodiche dure ed essenziali ha capovolto i canoni…“. No. Ve lo risparmiamo.
Sarebbe ingiusto nei loro confronti: semplici, stupidi, strafottenti, mai ipocriti; probabilmente la prima volta che sono saliti sul palco volevano solo sfottere il pubblico, con un look da idioti, testi e musiche da far accapponare la pelle; eppure eccoli lì, poco dopo, che diventano un modello da imitare, in barba a chi gli strumenti li sa davvero suonare.
Questi ragazzoni di New York sono uno scatarro nella minestra per i cari vecchi rockettari vecchia-scuola: una miscela dinamitarda che ha distrutto quasi tutto quello che c’era prima, ed ha sviscerato quasi tutto quello che c’era da dire.
Se si parla di punk, diffidate dalle imitazioni; il punk duro e puro lo hanno inventato loro, quello che è venuto dopo o è ibrido, o è scopiazzato.

In caso di derive punk, istruzioni per l’uso: indossare jeans e scarpe da ginnastica, primo album dei Ramones on air e sarete pronti a fottervi gran parte della giornata.

Si certo, qualcuno potrebbe dire che questi cafoni suonano male, ma prima dovrebbe chiedersi se sarebbe davvero capace di suonare così male…

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19.10
2009

Visti per voi dal Piazzale, al cinema o nella comodità del divano di casa, digeriti e compressi in formato agile, rapido e indolore.

Per tutta la famiglia, le Fishy Pills!
Perchè la vendetta è piatto che va consumato freddo per bene.

Bastardi senza gloria
di Quentin Tarantino (e di chi cazzo credevate che fosse?) (2009)

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Quel bastardo senza gloria di Quentin Tarantino è tornato, signore e signori, e l’ha fatto in grande stile. La nuova ricetta? Prendete i suoi ingredienti classici: dialoghi al calor bianco, sangue, coltelli, sparatorie e morti ammazzati. Versateli in un contenitore storico-bellico: la Francia occupata dai nazisti degli anni ‘40. Aggiungete un deciso condimento western (sì, quello che sentirete è proprio Ennio-C’era una volta il west-Morricone) e la robusta farcitura trash a cui siamo abituati. Infarinate il tutto con una massiccia dose di citazioni. Per finire, qualche pizzico dell’ormai ben noto, tarantiniano feticismo. Mescolate. E spassatevela.
Il piatto servito dallo chef Quentin è la fottuta quintessenza dello spettacolo, due ore e mezza di intrattenimento cinematografico allo stato puro. Due trame intrecciate per cinque capitoli: una vendetta al femminile (vi ricorda qualcosa?) e gli inglorious basterds ebrei-americani che devono far fuori più dannati nazisti possibile. Torturandoli, preferibilmente. Ma questo non è il solito film d’azione spendi-e-spandi per cerebrolesi, qui le pallottole fischiano per pochi, esplosivi secondi di violenza più concentrata di un succo ACE. E solo dopo che sarete cotti a puntino da scambi di battute lunghi e roventi come la canna di un mitragliatore.
Una goduria per palati fini e non solo. Un b-movie di serie A, e ai primi posti della classifica. Questa, ladies and gentlemen, è vera poesia pulp su pellicola. Che a noi piace maledettamente.
Thumbs fucking up.

:vbtu:


Io vi troveró
di Pierre Morel (2008)

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Il mondo é un posto di merda, saturo di feccia annidata in ogni schifoso vicolo. E Bryan, uomo d’azione in pensione, esperto di sciurezza, fucili extra-large e pugni del dragone lo sa bene. Perciò si incazza, e non poco, quando la figlia fighetta e oca decide di andarsene a Parigi con un’amica gallina. A casa, dice lui. Ma la stronza della sua ex-moglie risposata con viscido miliardario si intromette, e la pollastra sale sull’aereo.
Naturalmente nella Parigi sodomita la bambina viene adescata e rapita da dei maledetti albanesi, che vogliono venderla come schiava a sultani arabi terroristi ed arrapati. Lei ha tempo di fare una telefonata al paparino, che si teletrasporterá sul luogo per trasformarsi in uno sterminatore per l’appunto di zingari, albanesi, terroristi, e tutta la feccia che si metterá sulla sua strada di buon padre.
Liam Neeson davvero intenso e granitico nei panni di Bryan, l’azione é serrata e di primissima scelta. E alla fine quei bastardi si meritano ogni singola pallottola, maledizione. Coinvolge e tiene tesi fino al memorabile epilogo.
Pollice in su.

:vbtu:


La vendetta di Carter
di Stephen T. Kay (2000)

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Un Sylvester Stallone già cinquantaseienne fa la parte di Jack Carter, fratello, zio e cognato tutto cuore onore e bicipiti.

Carter é un rastrella-debiti per un casinò di Las Vegas, e il suo lavoro é distruggere zigomi e incisivi ai debitori di gioco; non si é fatto famiglia o forse ha la solita ex-moglie, ma il punto é che non hai messo al mondo marmocchi. Ma come ogni uomo nel fiore degli anta, assieme alla demenza senile é in agguato l’istinto paterno, che si scatenerà proprio quando il caro fratello morirà in un incidente d’auto, come una sardina in scatola aromatizzata al vino bianco, lasciando al mondo moglie spezzata e figlia in piena crisi dark.

Purtroppo sono stati i cattivi a far fuori il fratello, non é chiaro perché, ma é chiaro che le loro inutili esistenze devono essere annientate. E così il nostro caro zio si trasforma in investigatore-vendicatore, che poi non é tanto diverso dal suo mestiere.

Il resto lo conosciamo.

Thud. Crack. Figlio di puttana. Bang.
Titoli di coda.

:vbtd:

(grazie a Mighè per la Fishy Pill di Bastardi senza gloria)

13.10
2009

Nome anonimo per un kebab anonimo, è proprio il caso di dirlo. Eppure, situato com’è in Viale Roma, a fianco del negozio Saxophone, qualcosa di più ci si aspetterebbe da una posizione così centrale. La sfasatura di coincidenze negli orari dei treni verso casa mia mi ha spinto spesso, di recente, a cercare un posto poco distante dalla stazione dove pranzare ingannando l’attesa: e non avendo nè tempo nè voglia di spingermi oltre, la mia scelta è ricaduta più di qualche volta sul “Turchia Istanbul”, che vado a recensire appunto.

Qualità

Un buon kebab, sia in versione panino che piadina, senza particolari qualità ma certo non afflitto da pecche degne di nota. Si apprezza il leggero sentore speziato, più marcato che altrove, e per gli appassionati una robusta e aromatica piccantezza dovuta all’uso di salse di qualità. La carne è ben cotta e il panino/piadina sono preparati con cura, così come la confezione. Notevole e inconsueto il piattino reso disponibile per la consumazione. Per il resto, nè più nè meno di quello che ci si aspetterebbe da un kebab: ma si resta soddisfatti.

Voto Qualità: 3/4

Quantità

Non si può chiedere troppo a un kebab che si affaccia su viale Roma, anche se il panino, come dimensioni, vale a malapena il suo costo di 3.50 euro: c’è di buono che la piadina costa 3.80 euro anzichè i 4 che si vedono altrove. Inoltre, da apprezzare la discreta varietà di verdure.

Voto Quantità: 2/4

Interno

Ed eccoci al vero problema di questo posto: il locale non supera (a farla grande) la decina di metri quadri, quasi la metà dei quali occupata dal bancone e dagli spazi di lavoro dei proprietari. L’ingombro del bancone stesso fa sì che i clienti siano costretti a disporsi in fila; se in numero superiore alla mezza dozzina, che debbano addirittura attendere all’esterno del locale: e chi ha già pronto il proprio panino, deve sgomitare per uscire. Non aiuta certo l’alta percentuale di bimbiminchia nutellosi che ivi consumano il proprio pranzo in attesa dell’autobus che li riporterà a casa, facendone un posto chiassoso e dalle presenze talvolta moleste che tendono ad assieparsi davanti al locale: il vero e proprio cordone che ne risulta, specie a ore pasti, è quantomeno scoraggiante. I proprietari, non particolarmente celeri nel servire, non cercano affatto di attirare la simpatia del cliente, avendo oltretutto una ben scarsa conoscenza dell’italiano.
Ci si salva dal baratro dello 0/4 soltanto grazie alla presenza di un distributore di bibite (comprese birre) e ad un minimo di posti a sedere, inclusi un paio di tavolini in vetrina.

Voto Interno: 1/4

Esterno

Altra nota dolente: va bene l’ampio spazio pedonale, ma viale Roma e zone limitrofe non sono certo note per la loro disponibilità di parcheggio. Questo kebabbaro è praticamente irraggiungibile in macchina senza commettere infrazioni. Rimane il fatto che, come già detto, è un buon posto per chi desidera non allontanarsi troppo dalla stazione o vuole stare vicino al centro per qualche motivo. Ma ciò limita la scelta di questo posto solo a suddetti casi eccezionali.

Voto Esterno: 1/4

Extra

Ordinaria amministrazione. Presenza nel menu delle solite scelte, panino falafel e in aggiunta qualche genuina goloseria in esposizione al bancone, comprese patatine fritte e spuntini tradizionali. Si menziona ancora la macchinetta delle bibite. Null’altro degno di nota (cos’altro ci può stare in un buco simile?).

Voto Extra: 2/4

Voto complessivo: 5+

08.10
2009

Visti per voi dal Piazzale, al cinema o nella comodità del divano di casa, digeriti e compressi in formato agile, rapido e indolore.

Signore e signori, le Fishy Pills!

Drag Me To Hell
di Sam Raimi (2009)

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Christine Brown, impiegata, fa incazzare una vecchia zingara che le scaglia contro una maledizione: tre giorni di tormenti paranormali a metà tra Poltergeist e L’esorcista e poi si va dritti dritti all’inferno.
Mentre l’urlante biondina si darà da fare per spezzare il maleficio, noi tra uno spavento e l’altro ce la godremo parecchio. Visioni demoniache. Cadaveri in decomposizione. Sedute spiritiche. In più, la vendicativa befana che ha il vizio di apparire all’improvviso riversando fluidi schifosi di vario genere sulla protagonista.
Questo horror è roba che non si vede più in giro dagli anni ‘80. Il che, per noi, equivale a dire: damn good.

:vbtu:


1408
di Mikael Hafström (2007)

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Uno scrittore cinico e fallito di guide horror per case stregate decide di passare una notte nella famigerata stanza 1408 del Dolphin Hotel di New York. Famigerata perchè ci hanno tirato le cuoia una cinquantina di persone, o forse perchè la direzione non lava la moquette e le lenzuola da mezzo secolo.
Messo in guardia dal prevedibilmente inquietante Samuel Jackson, l’apparentemente impassibile scrittore si cagherà invece addosso dalla paura, non si capisce bene se a causa delle canzoncine pop della radiosveglia o dei malfunzionamenti (sarebbe meglio dire sconvolgimenti climatici) del termostato.
E mentre il sempre più isterico protagonista cercherà disperatamente di fuggire, il sempre più annoiato spettatore cercherà inutilmente di spaventarsi. Sarà anche Stephen King, ma per noi questa è roba da Disneyland. Thumbs down.

:vbtd:

05.10
2009

Uno tra i primi kebabbari di Vicenza, lo storico Vicenza 2, è stato per lungo tempo (forse un paio d’anni) il punto di riferimento per il cibo notturno in città, quando il kebab ancora nessuno sapeva cosa cavolo fosse e tra molti pavidi aleggiava l’insicurezza e il timore di questo cibo ancora sconosciuto.
La catena dei Vicenza Kebab è arrivata a contare (se non sbaglio) fino a quattro locali nel suo momento di massimo splendore e ha contribuito, come dicevo prima, a rendere famoso il kebab in città. Noi eravamo convinti (o forse speravamo) che i Vicenza Kebab avrebbero continuato a moltiplicarsi finendo per rimpiazzare i fast food e i ristornati cinesi, nonchè le pizzerie al trancio e i venditori di caldarroste in inverno. Già si immaginava l’inaugurazione del Kebab Vicenza 20, e la città conquistata dal boss della nuova catena alimentare, da noi amichevolmente ribattezzato Il Sindaco.
Tuttavia, sebbene le kebabberie (una sorta di neologismo creato isporandosi alle pizzerie, cioè, quando io vado a mangiare la pizza dico che sono andato in pizzeria, non che sono andato dal venditore di pizze o alla pizza) si siano moltiplicate come i gremlins in piscina, di Kebab Vicenza ne è rimasto uno solo (forse un paio, ma devo informarmi, per il momento facciamo finta che ci sia solo questo), il Vicenza 2 appunto.

Qualità

La mia richiesta standard al kebabbaro è “con tutto e senza piccante”, a volte aggiungo “con tanta cipolla” se mi sento ispirato, le salse sono a scelta del kebabbaro, a meno che non ci siano particolari specialità. Qui al Vicenza 2 la scelta è abbastanza standard, pomodori, capuccio, insalatine di vario tipo e cipolla bianca, salsa yogurt e salsa rosa, niente di particolare da segnalare. Cercano di rimanere abbastanza fedeli alla ricetta originale, quindi niente contaminazioni patatose e compagnia bella. Tra l’altro una volta Il Sindaco ci ha confidato che l’utilizzo delle patate fritte serve spesso a coprire il gusto non troppo buono della carne, si vede che lui è un esperto!
Il panino è buono, sicuramente, il pane è di tipo arabo e non di quelli odiosi al latte, la giusta speziatura della carne e le verdure fresche gli conferiscono un buon equilibrio e il ricordo dei kebab di un tempo riaffiora dalle papille gustative. Però, eh sì, c’è un però, la carne non è cotta bene, siamo arrivati in un momento sbagliato della serata e per cercare di non farci aspettare troppo hanno tralasciato un po’ la cottura della carne, un po’ molliccia e leggermente spessa. Peccato, sarebbe utile dotarsi di una piastra dove far rosolare un po’ la carne per i casi di emergenza, verrebbe più croccantina e sicuramente più apprezabie al palato. Il voto sarebbe un tre risicato, ma dato che conosciamo le prodezze del Sindaco diamo un tre con riserva, sperando che la prossima volta torni ai livelli che conosciamo.

Voto Qualità: 3/4

Quantità

Qui non c’è molto da dire, il panino è abbondante e si rimane decisamente sazi dopo esserselo pappato tutto, i neofiti potranno provare l’ebrezza del famigerato respiro kebab, mentre i più esperti si sentiranno estremamente soddisfatti e con lo stomaco in pace. Essendo particolamente grosso, il panino è un po’ sconsigliato ai niubbi del kebab poichè è requisito fondamentale l’abilità di disarticolare la mandibola al fine di morsicare il kebab nella sua interezza (alcune frequentatrici del locale sono molto esperte in questo), in alternativa si consiglia un’approccio più paziente volto alla demolizione progressiva del kebab, attaccando dai lati per indebolirlo per poi addentarlo appena mostra segni di cedimento.
Il prezzo di questo panino kebab è però sui 4 euro, un po’ esoso, ma rapportato alle dimensioni si merita un bel 3.

Voto Quantità: 3/4

Interno

L’interno è un po’ baroccheggiante, un po’ troppi fronzoli, un corridoio lungo ma non particolarmente largo costeggia il bancone posizionato sull destra, un paio di tavolini “brandizzati” Coca-Cola all’interno e una televisione offrono conforto agli avventori invernali. In dentro non ci si sta in molti, ma è tuttavia più spazioso di altri locali.
Il Sindaco è sempre simpatico e cortese, saluta con amicizia i suoi avventori più assidui e non è cosa rara che in momenti di poca affluenza si scambi qualche parola assieme.

Voto Interno: 2/4

Esterno

Si affaccia su viale San Lazzaro, appena prima che la strada diventi una statale, ma in un tratto già ad alta densità di prostituzione, con relativi cacciatori al seguito. Certo la compagnia non è delle migliori, la clientela è diversificata e presenta una varietà di creature della notte non indifferente, ci sono un po’ di tutti, dall’operaio immigrato al fighetto che si appresta ad andare in discoteca, da qualche signorina con clientela al seguito fino ai cazzeggiatori della notte (tipo me). Si sottolinea la completa assenza di bimbiminchia e nutellosi vari (infestatori caratteristici di altre kebabberie) data la posizione un po’ fuori mano.
Il locale comunque da direttamente sulla strada, il kebab viene consumato sul marciapiede antistante, che i meno abili non mancano di inzaccherare con schizzi di salsa o tocchetti di carne caduti dal panino (prendetevi la piadina se non siete capaci!). Sarebbe buona cosa che il buon kebabbaro pulisca un po’ anche fuori, prima che qualche vecchietta si rompa il collo scivolando su una delle numerose macchie untuose che decorano l’asfalto.
Il parcheggio più utilizzato è quello di una banca a qualche decina di metri di distanza, non sempre si trova posto e a volte si è costretti a parcheggiare in modi un po’ fantasiosi.

Voto Esterno: 1/4

Extra

Un frigorifero di lattine (2 euro a latta) e una macchinetta del caffè non bastano come extra, il menu a parte panino o piadina non comprende altro, a parte alcune prelibatezze al bancone che credo nessuno abbia mai assaggiato.
Il kebabbaro simpatico e la mancanza di bimbiminchia fanno lievitare il voto.

Voto Extra: 2/4

Voto complessivo: 6+

30.09
2009

Pescando dalla nostra dispensa abbiamo recuperato questo scritto, è del mese scorso ma ve lo riproponiamo in attesa dell’uscita di settembre

Bene, oggi pomeriggio non ho proprio una minchia da fare, e quindi vi beccate un po’ di puttanate gratuite. Pensiamo al mese che è passato, e vediamo di fare un giochino stile rivistacce italiane. Ci è andato su e chi giù. Non assicuro assolutamente il seguito di questa rubrica, ma intanto questo c’è.

OUT

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Layne

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Il primo concerto dei nostri beniamini è un mezzo passo falso. D’altra parte, si sa, la partenza del frontman non è mai affare semplice da gestire, specie se, come il buon Nick, dava cuore e polmoni alla band. La fresca leva Ome convince in fisicità e look, ma pecca ahimè in voce e presenza, risultando in definitiva poco coinvolgente.
L’italiano e i ritornelli MTV-style, veri marchi di fabbrica del precedente corso (sempre nei nostri cuori Ragione di essere), li hanno sacrificati sull’altare del rinnovamento, e la sensazione è quella di sentire musica più anonima, che in fondo non ci piace più.

Festival No dal Molin

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Doveva essere l’anno della consacrazione e della conferma per la tanto discussa manifestazione cultural-musicale cittadina. Quasi due settimane di durata, programma grosso e grasso, con nomi sorprendentemente di spicco. Tre allegri ragazzi morti, Africa Unite, Piotta, Medrano, oltre ai “soliti” Vallanzaska e gli highlander OPB (e aggiungiamo pure un bel OMFG).
Certo, difficile godersi tutta questa movida fricchettona se si è degli snob altezzosi, come molti tra noi siamo. Ma qualcuno aveva pensato anche a noi aristocratici.
Rullo-di-tamburi-squillino-le-fanfare ecco a voi Vasco Brondi, in arte Le luci della centrale elettrica, al secolo Vasco Brondi come già detto. Per la prima volta nella Provinciale Vi(Viterbo? Vibo Valenzia? Vi – che?) a redimere questi edifici tronfi e sonnacchiosi con la poesia e la potenza della sua musica.
Ma tanta benedizione sulla nostra provinciale città sembrava un sogno, e in effetti lo resterà. Perchè il caro VB ci saluta anzitempo, scrivendo così su nodalmolin.it.

“Mi dispiace moltissimo non poter essere lì a Vicenza fisicamente. Purtroppo degli urgenti inevitabili impegni personali me lo impediscono. Sono completamente partecipe a questa contestazione e a questa resistenza. Credo, almeno negli ultimi due anni, di non aver fatto altro che portare in giro questo tipo di dissenso e di mettermi allo sbaraglio per questo. Mi dispiace particolarmente perché mi sembrano sempre rari i momenti di condivisione di una lotta (per usare un termine che non è per niente di moda). momenti in contrasto con l’ideologia dominante del “si salvi chi può”, della “comodità”, dei “cazzi propri” e del “tutti contro tutti”. e per questo indispensabili. Mi scuso ancora, e spero che queste parole non sembrino di circostanza, spero di non farmi ulteriormente sorvolare a bassa quota da aerei che tranciano cavi o ad alta quota da stormi di magazzini di bombe. che almeno la piccola porzione di cielo che abbiamo in testa e di terra su cui camminiamo non siano ulteriormente partecipi o complici o succubi di guerre.
un abbraccio chilometrico, Vasco Brondi.
a presto”

E che ti possiamo dire Và? Ci dispiace anche a noi!

Gesù Cristo di Nazaret

GC

Onnipresente, onnipotente, onnisciente, sempre sotto i riflettori e sulla cresta dell’onda. La domenica, il sabato, il venerdì, a scuola e in treno, è in televisione, sui giornali, nei film, nei libri per bambini, nelle sorprese dei cereali, nelle raccolte punti Conad, a Roma, a Pietroburgo, a New York e Rio de Janeiro. Ne parlano tutti, e siamo tutti obbligati a parlarne. E’ molto più che una superstar, vero cannibale di mass-media e monopolizzatore di qualunque cosa.
Senza offesa JC, davvero, non eri male, probabilmente eri anche un bravo ragazzo, hai salvato l’umanità, ma… hai veramente rotto i coglioni! Come alla novantesima goleador alla coca-cola. Sarai anche buono, ma basta! Non esagerare con il bagno di fama, è un consiglio. Sei sulle scene da tanto, hai avuto tutto, e allora lascia un buon ricordo di te, vattene in pensione, e leva le ancore dai nostri scroti. Grazie.

E dopo le verdure marce, andiamo con gli applausi

IN

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Frittura di pesce

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Ma quanto è buona la frittura mista di pesce! Gram gnam… pancia mia fatti capanna. Fragrante, fresca, croccante. Genuina, perchè c’è il fosforo e il magnesio che fanno bene al cervello, e perchè non fa il colesterolo nelle arterie. E poi, ce n’è per tutti i gusti. Anelli, gamberetti, scampi e polipi. Ed è anche divertente. Spellare, disossare, frantumare, separare, tagliuzzare… vi sentirete come rampanti chirurghi, e scoprirete molti segreti sull’anatomia animale. Di certo non vi annoierete!
E voglio sottolineare, a costo di essere ripetitivo: ma quanto è buona!!!

Michael Jackson

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Ecco un altro divo chiacchieratissimo e controverso. Pariamo del re del pop Michael J. Jackson, ragazzino prodigio, poi astro luminoso della musica mondiale, infine artista maledetto e condannato. Tossicodipendente, pederasta, iperdepresso, e se tutto va bene sarà pure stato di Scientology e satanista. La sua spirale discendente sembrava non dover finire più. Si stava sputtanando oltre i limiti dell’immaginazione umana.
E lui che fa? Muore. E così torna a vendere milioni di dischi, va su tutti i telegiornali, e noi versiamo lacrime di coccodrillo, e paghiamo il biglietto per andare al suo funerale con fuochi artificiali, e ci compriamo le magliette con la sua faccia da mostro di plastica. E se per caso sei uno che non sa nemmeno che mese è, chi è l’ultima Miss Italia o come se la passi Stalin in Unione Sovietica, di certo ti avranno fatto sapere vita morte e miracoli del re del pop (ma forse del trash, o anche del cazzo e della merda).
E bravo MJ che ha imparato dal collega di sopra, e quasi gli ruba lo scettro del più famoso al mondo.

Piercer Movies

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Una lama affilata fende l’aria, rumore netto di taglio, una linea rossa che da sottile si fa ampia, ed il sangue che inizia a zampillare. Quante volte abbiamo visto una scena simile? Tante. Quante pagine del cinema sono state scritte per mano di un coltello impazzito? Tante. Pensiamo a Scream, Venerdì 13, lo stesso Non aprite quella porta. Sempre di tagli ed amputazioni si trattava.
Eppure… eppure lo spettatore di splatter è persona raffinata e curiosa, mai pago e sempre alla ricerca di qualcosa. E quel qualcosa si chiama punta. Si chiama piccone. si chiama chiodi ed altre diavolerie. Si chiama piercer movie.
Ne avevamo intuito il potenziale nel pur compassato Non è un paese per vecchi, laddove l’arma del massacro era un ammazzabuoi industriale a gas, che inchiodava elegantemente il malcapitato di turno. Ed ora ne abbiamo la prova con San Valentino di sangue, film non perfetto, ma che con coraggio esalta, ed eleva ad arte visiva, il potere delle ferite da perforazione, perpetrate da un già indimenticabile piccone.
Cari amici, lo slasher è il passato, ed ora sta a zero. Il fututo ha un solo nome. Piercer!

28.09
2009

E’ il kebab dietro al Dio Gelato di Viale Crispi, noto ai più come Il Gelataio; lo conosciamo bene, perchè vi abbiamo consumato i nostri pasti più e più volte. E’ uno dei kebabbari più famosi e frequentati di Vicenza.

Qualità

Il kebab di Sufyan è buono, niente da dire. La carne ben cotta, la verdura sempre fresca e ben assortita. Le salse sempre abbondanti, specialmente lo yogurt, ne fanno il kebab più salsoso da noi conosciuto. La salsosità così spiccata dà al panino un alto indice di saziabilità. Raramente resterete affamati dopo averne consumato uno. Il cappuccio mayonesato dà quel tocco in più.

Tuttavia, oltre ad essere la caratteristica di punta, la salsosità nasconde alcune insidie; è lecito chiedersi: quale sarebbe il vero gusto del panino, se non ci fosse la salsa yogurt a “coprire” gli altri gusti? Ci si accorge che il Sufyan ha una carne dal gusto davvero aggressivo, e non sempre tagliata sottile. Ultima noticina negativa, il pane al latte. Seppure (quasi sempre) puntualmente scottato sulla piastra, resta un pane un po’ insipido, e dalla consistenza troppo friabile.

Nel complesso comunque, sebbene non eccelso, il kebab di Sufyan resta un panino di qualità più che buona.

Voto Qualità: 3/4

Quantità

Costa 3 Euro e sazia per bene. E’ senz’altro molto conveniente, visto che il prezzo di mercato di un kebab in città si è assestato sui 3,50 €, e sono pochi quelli che offrono ancora panini a 3. Questo spiega anche la gran quantità di clientela attirata, specialmente di età media e media-bassa.

E’ uno dei panini più “generosi” della città.

Voto Quantità: 4/4

Interno

Veniamo al vero punto dolente. Il negozio di Sufyan è poco più che una topaia. Spoglio, un po’ sporco, disordinato, con un brutto bancone, un lavandino nella zona clienti (ma perchè?), zero insegna, e tocco finale, due delle tre saracinesche perennemente abbassate, con la piacevole impressione di starsene chiusi in una prigione.
Lo salva dal naufragio il fatto che il kebabbaro, Sufyan, è abbastanza gentile, e celere nel servire. Nota personale del recensore, a volte si prende qualche confidenza di troppo, dando fiato al suo personalissimo senso dell’umorismo… a qualcuno sta simpatico, su di me non attacca molto. Anzi, diciamo pure che mi sta antipatico.

Dicevo, poco meglio che una topaia.

Voto Interno: 1/4

Esterno

Si parcheggia quasi sempre con facilità, quando non proprio davanti al negozio; il marciapiede è ampio e spazioso, e c’è pure un bel terrazzo che offre riparo in caso di pioggia. Qualche volta, il fuori non è tenuto pulitissimo, e le carte si gettano in un elegante scatolone. Talvolta ci si imbatte in avventori-passanti molesti e non proprio gradevoli (truzzi, tamarri, bimbiminchia, marcioni della “Canevassa”).

Nel complesso comunque, esterno promosso con buon voto.

Voto Esterno: 3/4

Extra

Oltre al panino non c’è molta scelta.
Il falafel è come non ci fosse. E’ servito rigorosamente freddo, dunque indigesto e poco soddisfacente. Addirittura, Sufyan stesso lo sconsiglia ai suoi avventori. Cito testualmente. Io: “Un falafel“. Sufyan: “Sicuro? Guarda che è più buona la carne, e su questa roba ci risparmio.” Io: “Sicuro. Un falafel“. Sufyan: “Ok, cazzi tuoi“. Alè. Vegetariani astenersi.
Il panino kebab abbondante da 4 Euro, che il buon kebabbaro tenta spesso di promuovere (“…Normale o abbondante?” – “Normale, grazie”) non fa la differenza che ci si aspetterebbe.
Note positive, le lattine hanno un prezzo accettabile (1,70 € per Coca da mezzo, non male).

Considerazione a margine, Sufyan è veramente rapido a preparare il panino, ma forse un po’ sbrigativo. Non è scortese, ma la sensazione è che lo faccia in maniera davvero meccanica e con poca attenzione.
Noi diciamo che ci mette poco “amore”. Il cliente sensibile noterà.

Voto Extra: 1/4

Voto complessivo: 7+